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ARALDINATO

CAMPOSCUOLA ANIMATORI ARALDINATO
ROMA, 27-29 DICEMBRE 2005


Dal 27 al 29 dicembre 2005 a Roma, presso il Centro Nazionale Ofs Minori, si è svolto il corso per Animatori dell’Araldinato. Riportiamo alcune suggestioni ricavate dalle relazioni e dai momenti di comunione fraterna vissuti dai giovani partecipanti. Alla guida di p.Luigi Moro, coadiuvato da Maria Rosaria Restivo della Commissione Nazionale Araldinato e con l’apporto di relatori ed esperti, le tre giornate si sono susseguite in un clima gaio di familiarità operosa.

 

Da Il Cantico...

È la parola che forma. Il formatore deve sentirsi responsabile di fronte alla parola. Ci sono parole piene e parole vuote, parole che trasformano e parole che risuonano a vuoto. Il linguaggio porta alla luce la nostra vita: se la nostra vita è chiusa, anche le nostre parole sono chiuse; se è aperta, anche le nostre parole sono aperte e trasformano. Il francescanesimo si rifà alla Parola eterna: il Vangelo. Quando un formatore parla, deve chiedersi se la sua parola è evangelica come quella di S. Francesco. Per poter rispondere affermativamente noi dovremmo prendere quotidianamente in mano il Vangelo e confrontare la nostra parola con la Parola eterna del Padre che si è espresso attraverso la Sacra Scrittura in un modo allusivo, ma poi si è rivelato in un modo immenso, totale nel Verbo. È questa la Parola eterna, Parola piena che ama e, amando, crea valori, trasforma.

Quale comunicazione? Dopo aver enunciato i principali fondamenti del processo comunicativo, Mons. Catti ha distinto la comunicazione diretta da quella indiretta. La comunicazione diretta è meno efficace: ci sono, ad esempio, trasmissioni “religiose” che non sempre raggiungono gli obiettivi prestabiliti o li raggiungono in un modo meno forte di trasmissioni a contenuto non dichiaratamente religioso. Gesù sceglie la comunicazione indiretta, perché sa che affrontando direttamente il muro di pregiudizi, si ottiene un effetto devastante. Egli predilige la parabola che avvicina l’emittente al destinatario, passando sopra il muro dei pregiudizi che divide ed evitando il pericoloso “effetto di ritorno” proprio della comunicazione diretta. Il famoso discorso della luna di Giovanni XXIII, fatto la sera del giorno in cui fu convocato il Concilio Vaticano II, è indiretto e, facendo leva sull’affettività (ricordiamo la “carezza” del Papa), comunica in modo molto efficace la nuova ecclesiologia di comunione con cui la Chiesa del Vaticano II vuole abbracciare tutti gli uomini e le donne del suo tempo, per renderli destinatari e protagonisti consapevoli di una nuova umanità redenta. S. Francesco fa sua la comunicazione indiretta quando, ad esempio, essendo rifiutato dai suoi, rinuncia alla guida dell’Ordine e, piuttosto che esercitare l’autorità come giudizio, preferisce esercitare la sua autorevolezza dando l’esempio e facendosi testimone dell’Amore più puro: quello di Gesù Cristo, scelto da lui come suo unico modello.

S. Francesco, il comunicatore. Nel corso della mattinata Mons. Gianni Catti ha analizzato alcune Fonti Francescane (tra le meno note) che mettono ben in evidenza le doti di S. Francesco comunicatore. Giacomo da Vitry parla dell’incontro di S. Francesco col Sultano Menek El Kamek, in Egitto, in occasione della presa di Damietta da parte dei crociati. Il Santo affrontò con cortesia e coraggio il curdo (curdo=lupo della montagna) Saladino; passò attraverso l’accampamento dei crociati armati e pronti al combattimento, col rischio di essere attaccato dagli stessi crociati piuttosto che dai Saraceni i quali, al contrario, gli mostrarono rispetto, poiché pensavano che venisse per trattare o per farsi musulmano. Un altro esempio delle doti comunicative di S. Francesco lo troviamo nella cronaca di uno studente della Scuola di diritto a Bologna, Tommaso da Spalato, futuro arcivescovo di questa città. Egli, riferendosi alla predica di S. Francesco nella piazza di Bologna, alla presenza di insigni giuristi e dei rappresentanti delle principali famiglie bolognesi in lotta fra di loro, racconta che il suo discorso coinvolse e attrasse gli uditori, inizialmente più incuriositi che interessati, al punto che si spensero le inimicizie e si posero le fondamenta di nuovi patti di pace. Fu abile comunicatore perché “concionava”, ovvero parlava ponendosi allo stesso livello del pubblico e non su un piano di superiorità. S. Francesco era un grande comunicatore anche per la strettissima connessione, nei comportamenti e nelle sue parole, tra forma e contenuto. Prendiamo ad esempio il presepe che esprime in modo particolarmente efficace, l’umanità del Salvatore. Nel presepe si manifesta in tutta la concretezza e vivacità, propria del linguaggio delle immagini, la spiritualità, tanto cara a S. Francesco, di un Dio che si incarna, nobilitando il corpo dell’uomo fatto a immagine del corpo di Cristo. Nella “Christifideles laici” il cristiano è colui che incontra Dio nelle realtà di questo mondo, non al di fuori di esso. P.Luigi Moro, citando questo importante documento del Magistero, ha sottolineato come la spiritualità di S.Francesco voglia abbracciare tutt’intera la persona, senza spaccatura tra anima e corpo. Corpo e anima fanno parte integrante dell’unità della persona umana, in cui il corpo deve diventare campo espressivo dello spirito, prendendo a modello Cristo. Cristo è il modello del cittadino, dell’uomo di cultura, dell’uomo ecologico… di ogni uomo che vive nel mondo. Cristo è il modello perché matura la sua esperienza meditando la volontà del Padre al cui servizio pone tutta la sua vita, non per giudicare, ma per amare e assumere un atteggiamento di servizio verso il fratello. La fraternità è la parola nuova introdotta da Francesco che si pose sempre di fronte al Cristo della Lavanda dei piedi, segno della fraternità donata a noi dal “primogenito di tutti i fratelli”, Gesù Cristo. Almeno fino all’età di 14 anni, ha sostenuto p.Luigi, è bene non parlare ai bambini del Dio giudice, ma di Dio Padre e di Cristo, nostro fratello, e del Suo amore per noi.

Il linguaggio dell’araldinato.
Il Vangelo è il luogo in cui l’Amore parla di se stesso e in cui si comanda l’Amore: “Tu devi amare!”. La sorella Lucia Baldo ha richiamato l’attenzione sulla terminologia dell’araldinato che occorre rinverdire (o assumere ex novo), in atteggiamento di filiale devozione nei confronti di S. Francesco. La legge che gli Araldini devono osservare è la legge della carità, non la legge intesa come precettistica da eseguire in un modo minuzioso, moltiplicando all’infinito i precetti e senza poterli mai esaurire. Solo l’Amore compie la legge. Solo l’Amore salva. È questo il messaggio che la legge della carità impone. È questo il percorso che l’araldino deve compiere attraverso l’itinerario delle chiavi che segnano il passaggio da una tappa all’altra di un cammino spirituale personalizzato che deve avvenire parallelamente all’itinerario comune del ceppo (per gli araldini) e del nodo (per gli araldi). Per ceppo si intende il fondamento saldo e forte del Vangelo a cui si ispira S. Francesco, e che deve essere ben radicato allo scopo di generare teneri e giovani virgulti (gli araldini) chiamati a portare l’annuncio (di qui il nome araldi e araldini) del Vangelo nel mondo, fecondandolo di vita nuova, rigenerata in Cristo. Il nodo degli araldi sarà il vincolo stretto e forte che unirà tra loro i ragazzi tra i 12 e i 14 anni e, insieme, ricorderà il vincolo che li unisce al Santo di Assisi che essi dovranno prendere a modello per la loro vita. Il “Pace e Bene” è il saluto dell’araldinato. È un richiamo alla propria identità. Con questo saluto, prendendo come modello l’Araldo del gran Re Francesco d’Assisi, l’araldino si farà annunciatore di un messaggio di pace e di una proposta di vita volta a perseguire il bene come finalità ultima, come senso che coinvolge la soggettività della persona, tutta la sua mente e il suo cuore (cfr FF 60), in modo da non avere di mira l’utile, ovvero la ricerca di una ricompensa, di una gratificazione, di un contraccambio, ma il bene per se stesso, in spirito di gratuità. Lo spirito del “Pace e Bene” è lo spirito del servizio, del farsi prossimo, è il dono gratuito di una libertà che si offre ad un’altra libertà capace di accogliere e di moltiplicare il bene ricevuto, realizzando, così, la Pace. Non c’è amore, se non è amore di dono. È questa la vera vita dello spirito animata da Colui che è la fonte da cui scaturisce la capacità stessa di farsi dono: lo Spirito Santo. Per una formazione globale della persona Date queste premesse, la formazione dell’araldino dovrà investire in modo globale la sua personalità in vista di una maturazione che non si potrà confondere con un’opera di sola catechesi, ma che sarà, invece, un processo inesauribile di formazione, enunciato col motto: “Sempre meglio!”. La vita, come ha ricordato Benedetto XVI nella GMG di Colonia, è un perenne “pellegrinaggio interiore” in cui il bene e il male non sono assoluti, ma convivono come il grano e la zizzania. Noi siamo immersi nel relativo, ovvero siamo sempre al bivio di una scelta da compiere. Ogni scelta si esprime nel comparativo che è un preferire e un posporre, un valorizzare i germi di bene presenti nel mondo, sapendo che il Bene assoluto è solo di Dio e che il tentativo di appropriarsene può solo produrre totalitarismi falsi e ingannatori che non conducono al Bene. Vivace e coinvolgente è stata la partecipazione del Prof. Mario Punzo, docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli ed esperto di linguaggio del fumetto. Egli ha saputo rendere operativi gli animatori, trasformandoli all’impronta in attori di uno psicodramma e creativi esecutori, tra l’altro, di disegni di gruppo interattivi. In un clima di allegria contagiosa si sono prodotte sinergie e dinamismi di gruppo che hanno saputo creare un’atmosfera di informale e spontanea vitalità. Gli stimoli e le indicazioni ricevute, se ben incanalate e debitamente finalizzate, potranno “liberare” energie nuove e ancora inesplorate, soprattutto in quei bambini che sono maggiormente insicuri e fanno fatica a “venire allo scoperto”. Si potrà allora manifestare quel meraviglioso mistero che è la personalità in fieri dei più piccoli, ricca di potenzialità da riconoscere e da portare alla luce, alla scuola sempre nuova del linguaggio puro e forte di Francesco di Assisi.
 

 

 

 

 
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