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FLAGS OF OUR FATHERS
Dai figli degli uomini alle
bandiere dei nostri padri
“My friend, you would not
tell
with such high zest (…)
The Old Lie: Dulce et decorum
est Pro patria mori”
(W. Owen)
Risuona nella mia mente questa
poesia di Wilfred Owen, scritta
nel 1917, circa un anno prima
della sua morte. Dopo aver
raccontato l’orrore della sua
esperienza di guerra ammonisce
il lettore dicendo che se avesse
vissuto quello che ha vissuto
lui: “Mio caro amico non
pronunzieresti con un tale zelo
l’antica Bugia: “E’ dolce e
decoroso morire per la patria”.
La frase in Latino è una
citazione dalle “Odi” di Orazio.
L’antichità e al tempo stesso
l’attualità di questa grande
Bugia è stata letta e
interpretata in tanti modi dalla
bravura di molti registi. Tutti
hanno un filo comune: mostrare
la distruzione della dignità
dell’uomo in nome della falsa
concezione dei valori come
l’eroismo o l’amore per la
patria.
Questa volta il regista, Clint
Eastwood fa un ulteriore
approfondimento. Parte da una
foto, una foto che ha fatto il
giro del mondo durante la
seconda guerra mondiale allora
come icona dell’orgoglio di
essere combattenti per la
patria, oggi come icona
dell’antica bugia.
La vera protagonista di questo
film è una foto. La foto, oggi,
di per sé è anche il simbolo
dell’apparire e del far apparire
in una certa maniera, del
manipolare un momento della
realtà, interpretandolo a
proprio piacimento, per far
credere chissà cosa, un po’ come
fanno tanti giornali
scandalistici. Clint Eastwood
ha, in fin dei conti, utilizzato
uno strumento per noi oggi
comune, scontato. La stessa foto
è una bugia nella Bugia. Essa
viene usata per un volere
propagandistico.
Scenario storico: siamo
nel febbraio 1945 sull’isola
giapponese di Iwo Jima, Seconda
Guerra Mondiale.
Trama: L’isola viene
occupata dai soldati americani e
sei di loro cercano di piantare
la bandiera americana sulla cima
dell’isola in mezzo ai
bombardamenti. Alcuni di questi
sei soldati moriranno qualche
giorno dopo nella stessa
battaglia senza sapere che, nel
frattempo sono diventati degli
eroi. Un politico, infatti,
vuole quella bandiera, ma il
capitano afferma il diritto di
tenerla per sé. Allora si
sostituirà quella bandiera con
un’ “altra” bandiera, si
scatterà un’ “altra” foto e
comincerà una propaganda a
favore della guerra come momento
alto di eroismo e patriottismo.
La domanda che circolerà per
tutto il film è: Chi sono gli
eroi di questa guerra?
La bandiera è falsa, la foto è
falsa e gli eroi del film? Sono
stati sostituiti anche loro?
Sono anch’essi falsi? La
risposta la darà alla fine uno
dei soldati rimasti vivi in
quella guerra ma anche quella
lascerà perplessi e
insoddisfatti gli spettatori.
Gli echi del film di Spielberg “
Salvate il soldato Ryan” e del
film di Scott “Il Gladiatore”
sono presenti in due modi: nella
scelta di usare la tecnica che “
velocizza” le scene di
combattimento, al fine di
rendere più reale e coinvolgente
l’azione con tutta la sua
ferocità; i contenuti delle
scene di combattimento che
lasciano anche nello spettatore
un senso di avvilimento. Su quel
campo di battaglia non si pensa
più a morire per la patria ma si
ha la disperata consapevolezza
di voler sopravvivere.
Un’ ultima riflessione Lo
sceneggiatore di questo film
come quello del film precedente
ha dato un titolo al plurale
riferendosi ad un singolare
(vedi fine della recensione
precedente per “I figli degli
Uomini”). Anch’egli ha voluto
dare un messaggio più ampio. In
quella bandiera ci sono tutte le
bandiere delle false
convinzioni, degli ideologismi
scambiati per ideali, delle
bugie che i nostri padri
continuano a raccontare ai loro
figli.
Nancy Antonazzo
blog
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7 dicembre
2006

Titolo
originale:
Flags of Our Fathers
Regia:
Clint Eastwood
Sceneggiatura:
Paul Haggis e William Broyles
Jr.
Fotografia:
Tom Stern
Musiche:
Clint Eastwood
Montaggio:
Joel Cox
Anno:
2006
Nazione:
Stati Uniti d'America
Distribuzione:
Warner Bros
Durata:
132'
Uscita
in Italia: 10/11/06
Genere:
guerra
Cast:
Rene Gagnon,
Jesse Bradford
Keyes
Beech,
J. Benjamin Hickey
John "Doc"
Bradley,Ryan
Phillippe
Ira Hayes,
Adam Beach

Trailer:
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