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Nata
da famiglia benestante, a 17
anni entrò nell’ordine delle
terziarie dopo aver avuto una
visione. In questo periodo fece
diversi pellegrinaggi e
soprattutto una dura penitenza.
Mentre si faceva intensa la
guerra tra Guelfi e Ghibellini
insieme alla famiglia fu
esiliata: tornò in patria dopo
la morte di Federico II, ma la
sua vita fu assai breve. Sulla
sua morte non si sa praticamente
nulla solo che alcuni anni più
tardi il suo corpo è stato
ritrovato intatto.
Nel 1252 papa Innocenzo IV pensa
di farla santa, e ordina un
processo canonico, che forse non
comincia mai. La sua fama di
santità cresce ugualmente, e nel
1457 Callisto III ordina un
nuovo processo, regolarmente
svolto: ma nel frattempo muore,
e Rosa non verrà mai canonizzata
col solito rito solenne. Ma il
suo nome è già elencato tra i
santi nell’edizione 1583 del
Martirologio romano. Via via si
dedicano a lei chiese, cappelle
e scuole in tutta Italia, e
anche in America Latina.
Vita breve, la sua. Nasce dai
coniugi Giovanni e Caterina,
forse agricoltori nella contrada
di Santa Maria in Poggio. Sui
16-17 anni, gravemente malata,
ottiene di entrare subito fra le
terziarie di san Francesco, che
ne seguono la regola vivendo in
famiglia. Guarita, si mette a
percorrere Viterbo portando una
piccola croce o un’immagine
sacra: prega ad alta voce ed
esorta tutti all’amore per Gesù
e Maria, alla fedeltà verso la
Chiesa. Nessuno le ha dato
questo incarico. Viterbo intanto
è coinvolta in una crisi fra la
Santa Sede e Federico II
imperatore. Occupata da
quest’ultimo nel 1240, nel 1247
si è “data” accettandolo come
sovrano.
Rosa inizia la campagna per
rafforzare la fede cattolica,
contro l’opera di vivaci gruppi
del dissenso religioso, nella
città dove comandano i
ghibellini, ligi all’imperatore
e nemici del papa. Un’iniziativa
spirituale, ma collegata alla
situazione politica. Per questo,
il podestà manda Rosa e famiglia
in domicilio coatto a Soriano
del Cimino. Un breve esilio,
perché nel 1250 muore Federico
II e Viterbo passa nuovamente
alla Chiesa. Ma non sentirà più
la voce di Rosa nelle strade. La
giovane muore il 6 giugno
probabilmente del 1251 (altri
pongono gli estremi della sua
vita tra il 1234 e il 1252).
Viene sepolta senza cassa, nella
nuda terra, presso la chiesa di
Santa Maria in Poggio. Nel
novembre 1252 papa Innocenzo IV
promuove il primo processo
canonico (quello mai visto) e fa
inumare la salma dentro la
chiesa. Nel 1257 papa Alessandro
IV ne ordina la traslazione nel
monastero delle Clarisse. E
forse vi assiste di persona,
perché trasferitosi a Viterbo
dall’insicura Roma (a Viterbo
risiederanno i suoi successori
fino al 1281).
La morte di Rosa si commemora il
6 marzo. Ma le feste più note in
suo onore sono quelle di
settembre, che ricordano la
traslazione del corpo
nell’attuale santuario a lei
dedicato. Notissimo è il
trasporto della “macchina” per
le vie cittadine: è una sorta di
torre in legno e tela, rinnovata
ogni anno, col simulacro della
santa, portata a spalle da 62
uomini.
Mario Fani, nobile viterbese,
nel 1868 ai piedi della santa,
in una notte insonne, raccoglie
l'ispirazione per gettare il
seme di quella che sarà la
Gioventù Italiana di Azione
Cattolica. Successivamente, nel
1922, Armida Barelli,
trascorrendo vari giorni nel
monastero dedicato a santa Rosa,
decide di invocarla come patrona
(assieme a Giovanna D'Arco ed
Agnese) della Gioventù Femminile
Cattolica Italiana (G.F.C.I.),
in quanto in lei vedeva tre
qualità (giovane, laica,
propagandista) irrinunciabili
per la sua "gioventù". Santa
Rosa è patrona anche della
gioventù femminile francescana
d'Italia (dal 1952).
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